Educare alla frustrazione: perché è fondamentale imparare a perdere prima di vincere

 

Guardando in qua e là sui social e anche nel mio lavoro, non è difficile notare quanto siano fragili le difese che impediscono di ferire quella parte in cui ci identifichiamo e che crediamo di essere, ma che in psicoanalisi viene definita il falso sé. Il nostro vero nucleo (vero Io) è in realtà forte, immune alle offese, consapevole di essere qui per un motivo… ma è altrettanto vero che non è facile da raggiungere e percepire, perché le maschere del falso sé sono alquanto più rumorose e presenti nella nostra realtà. È proprio a questo io fragile che mi rivolgo, a quella parte di noi che potremmo definire ego e che vive dell’approvazione degli altri, si nutre dei successi, e rifugge qualunque sconfitta, perché bisognoso di eterno amore e ammirazione. Come una tigre ferita, sputa fiamme d’odio verso tutti coloro che non la pensano come lui, verso chiunque non lo ama; si sente la vittima designata dall’altro e costruisce attorno a questa immagine scomoda la sua vita, combattendo contro mutevoli mulini a vento che non hanno alcuna responsabilità. La vittima fa dipendere la sua vita dall’altro, delega la sua felicità a chi cammina vicino a lui, rifugge ogni responsabilità, se non quella di essere assai esperto nella lotta ai mulini a vento; non riesce a smuovere di un millimetro la sua vita, ma vorrebbe cambiare il mondo… non essendo in grado di prendersi la responsabilità della sua vita, tende a generalizzare sugli altri: sono tutti colpevoli in quanto mulini a vento e non in quanto individui responsabili delle loro scelte; sì perché ogni persona può scegliere, non siamo obbligati a percorrere le strade che ci hanno tracciato gli altri. Certo per scegliere dobbiamo crescere, dobbiamo smettere di sentirci vittime impotenti di un mondo sì molto malato, ma ancora pieno di possibilità.

Siamo una società ferma al principio del piacere, una fase della vita che per Freud si esaurisce nei primi 3 anni di vita, quando, dal cercare il piacere immediato, perché non può rimandare i suoi bisogni, il bambino comincia a tollerare l’attesa e la frustrazione e può rimandare il piacere a quando sarà più giusto. Il consumismo sfrenato nuota in questo mare di fragilità portando le persone stesse a consumarsi e usarsi infinite volte alla ricerca di un appagamento per ogni appetito che non può essere rimandato. L’altro non esiste più, a meno che non ci faccia comodo, e questo ci porta a credere di non poter rinunciare a nulla, che la vita è mia e faccio tutto ciò che voglio. Stanno crescendo esponenzialmente ansia, aggressività ed evitamento per sopperire all’incapacità di tollerare la più piccola frustrazione. Mancano sempre più i riferimenti, forse mancano gli adulti, coloro che sono riusciti a fare forza su se stessi nonostante le difficoltà, viste, non più come ingiustizia, bensì come parte della vita. Assagioli parlava di collaborare con l’inevitabile, sostenendo l’importanza del fare tutto il possibile per realizzare il nostro volere, ma, una volta fatto ciò, dobbiamo renderci anche conto che ci sono cose che non dipendono da noi, che sono inevitabili e con queste dobbiamo collaborare, accettandole e rispettandole.

I social hanno ingigantito questa sete sfrenata di approvazione a causa dei like facili, che portano molti a vendere le proprie capacità critiche alle ideologie del momento, portando pure a credere che sia rivoluzionario chi porta avanti i concetti imposti alla massa. Ciò porta alla famosa dissonanza cognitiva, ovvero a credere così tanto all’ideologia che si porta avanti, da perdere ogni capacità critica e razionale, interpretando tutto in chiave di quella ideologia stessa. Lottiamo la discriminazione discriminando, così come ci mettiamo in prima linea per la parità generando disuguaglianza; predichiamo l’amore odiando chi non la pensa come noi, parliamo di pace portando guerra fuori e dentro di noi. Potrebbe sembrare ipocrisia, e spesso lo è, ma altrettante volte è il problema di essere rimasti fanciulli feriti, come posseduti dall’archetipo dell’orfano, che vive la sua vita nella rabbia per le ingiustizie subite, incapace di prendersi la responsabilità della sua vita, cosa che, se sarà capace di fare, lo porterà all’inizio del suo viaggio verso la realizzazione.

 

Winnicott: frustrazione e sviluppo del Sé

 

Nei primissimi mesi di vita il neonato vive in uno stato di dipendenza quasi totale dalla madre (o figura primaria di accudimento).

In questo periodo non ha ancora un senso distinto di sé e del mondo e ciò che desidera appare immediatamente presente se la madre risponde prontamente. Questo dà al bambino un’illusione di onnipotenza.

Se la madre è “sufficientemente buona”, offre al bambino un ambiente abbastanza protettivo e rispondente da permettere questa esperienza di fusione iniziale, fondamentale per la sicurezza di base.

Con il passare del tempo, la madre non può (e non deve) rispondere sempre e subito.

Si introducono inevitabilmente piccole frustrazioni (ritardi nel nutrimento, momenti di assenza, attese).

Queste frustrazioni, se proporzionate, aiutano il bambino a tollerare l’assenza, a scoprire che può sopravvivere senza la gratificazione immediata, e ad avviare un rapporto più realistico con il mondo.

Per Winnicott il Sé è il nucleo autentico dell’individuo, che si sviluppa attraverso l’esperienza relazionale.

Se le cure materne sono adeguate, il bambino passa dal “falso Sé” (adattamento alle richieste esterne per sopravvivere) al “vero Sé” (la spontaneità, il senso di autenticità e vitalità).

Le frustrazioni moderate sono indispensabili: senza di esse il bambino rischierebbe di restare fissato all’illusione di onnipotenza, incapace di reggere la realtà.

Il processo di separazione è reso possibile anche dalla creazione dello spazio transizionale: l’area intermedia fra realtà interna e realtà esterna (es. copertina, orsacchiotto, gioco simbolico).

Lì il bambino elabora l’assenza materna e impara a gestire la frustrazione trasformandola in esperienza creativa.

Da qui nasce la capacità di giocare, simbolizzare, pensare.

Se le frustrazioni non sono proporzionate avremo:

  • Troppa frustrazione, troppo presto → il bambino può vivere un trauma, sentirsi abbandonato, sviluppare difese rigide o un falso Sé dominante.
  • Troppa protezione (assenza di frustrazione) → il bambino può crescere con scarsa autonomia, incapace di tollerare i limiti e le mancanze inevitabili della vita.

La tolleranza alla frustrazione

 

Per tolleranza alla frustrazione possiamo intendere la capacità di reggere un desiderio non soddisfatto o un ostacolo senza crollare emotivamente. La noia che fino a qualche decennio fa rappresentava una grande occasione per sviluppare la fantasia e la creatività, sembra sempre più inaccettabile agli occhi della società consumistica. Le giornate devono essere ben scandite e riempite con sempre più attività; gli attimi in cui potremmo stare con noi stessi sono sostituiti dai social, dai videogiochi, dagli incontri virtuali, che stanno a simboleggiare una profonda solitudine del nostro Sé, spodestato da un ego sempre più tronfio, che fa dei like e delle false attenzioni virtuali la sua ragione di vita. Tutto ciò che ci impedisce di sentirsi approvati e meravigliosi, diventa frustrante, diventa il nemico, da mettere in piazza e deridere, umiliare, distruggere. L’odio si tinge d’amore e, per ipotetiche giuste cause, viene denigrato colui che non la pensa come coloro che urlano così forte da impedire ogni replica. Questa fantomatica esaltazione dell’ego possiamo chiamarla egolatria. Nessuno può mettere in discussione l’ego esaltato, che potrebbe frantumarsi con un soffio di vento. Così viene esaltata la vittima, che mette sempre più spesso la sua faccia su tutti i social per provocare compassione e ammirazione, per riempirsi di like e diventare virale, togliendo spesso la scena e la giusta compassione alle vere vittime, ai veri soprusi e violenze.

Non sopportare la men che minima frustrazione diventa un diritto, se non un pregio e questo non fa che acuire la fragilità quasi a renderla desiderabile. La fragilità appartiene al nostro io bambino, ma vi è in tutti noi un nucleo di forza a cui dovremmo rivolgerci e, da psicologi, dovremmo parlarne. Ognuno di noi è più forte della sua frustrazione, ma se la via a quella forza è chiusa dalle ideologie, dagli interessi e dai vantaggi che il falso vittimismo porta, rimarremo in una pesante prigione di falsità, senza possibilità di accedere alla nostra libertà, alla nostra possibilità di scelta, al nostro essere responsabili del destino.

Essere tolleranti alla frustrazione significa saper aspettare il momento giusto, uscire dal perverso regno consumistico e avere pieno possesso di chi siamo.

Perché educare alla frustrazione

Quando osservo l’estrema protezione che molti genitori riservano ai figli, ormai adulti, mi torna alla mente il mito di Narciso. Mi piace immaginare la storia dalla prospettiva della madre, Liriope, che aveva ricevuto da Tiresia la profezia secondo cui suo figlio sarebbe vissuto a lungo, a patto di non conoscere se stesso.
Temendo di perderlo, Liriope divenne per lui uno specchio, riflettendogli un’immagine ideale: meravigliosa, perfetta, superiore agli altri. La vedo mentre gli spiana la strada, gli toglie i sassolini dal cammino, lo imbocca, lo difende da ogni possibile critica o frustrazione, proteggendolo da chiunque possa incrinare quell’immagine perfetta.

Ma un giorno Narciso si specchia in un fiume increspato, e quell’immagine, deformata dalle onde, gli appare insopportabile. Non regge la frustrazione di vedersi imperfetto, e cade nell’acqua.
In questa rilettura, emerge con chiarezza che non è il proteggere i figli da ogni rischio o difficoltà, né il liberarli dagli ostacoli, a renderli forti o fiduciosi. Anzi, è proprio attraverso il confronto con la vita — con le sue sfide, le sue cadute, le sue inevitabili delusioni — che ciascuno può incontrare specchi differenti e, attraverso di essi, riconoscere la propria immagine autentica.

Solo quando vediamo il nostro vero Sé, possiamo credere in noi stessi, realizzarci e trovare la nostra strada.
Le sconfitte, per quanto dure, sono spesso gli specchi più rivelatori: ci insegnano che siamo molto più di un fallimento, che dentro di noi esiste un nucleo intoccabile, fonte del nostro valore intrinseco.
Se chi ci ama, invece di toglierci gli ostacoli, ha fiducia nella nostra capacità di superarli, ci aiuta a scoprire la forza che abbiamo dentro. È così che impariamo a fidarci di noi, ad assumerci la responsabilità della nostra vita e a uscire dal ruolo sterile della vittima.

Educare alla frustrazione significa, in fondo, educare alla libertà: la libertà di cadere, di rialzarsi e di scoprire, attraverso ogni imperfezione, la pienezza del proprio essere.

 

 

 

 

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